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IL DIBATTITO SULL'ARTICOLO 18 DELLO STATUTO DEVE AVERE UNA BASE COMUNE DI LEALTA' ED ONESTA' INTELLETTUALE - I vuoti di memoria del Governatore Fazio e i messaggi orwelliani del ministro Tremonti.

Se, come ha detto il ministro Buttiglione, terrorista è chi si rende interprete, con la violenza, di un comune sentire e persegue, con il clamore di gesti delittuosi, il consenso delle masse, bisogna concludere che gli uccisori di Marco Biagi sono peggio che terroristi.

Oggi chiunque conosca il mondo del lavoro sa che il metodo del terrore non può trovarvi consenso, perché chi si batte per lo Statuto dei Lavoratori difende il sistema delle regole, ossia l'antitesi dei rapporti di forza. A conferma di ciò sta la serena partecipazione di milioni di persone alla grande manifestazione di sabato scorso.

Anche chi ha colpito Biagi queste cose non poteva ignorarle. Si tratta perciò di criminali che cercano nei conflitti sociali e politici pretesti per soddisfare personali pulsioni di protagonismo. In questo modo essi possono rendersi, più o meno consapevolmente, strumento di operazioni di segno inverso a quello cui dichiarano di ispirarsi. Lasciamo perciò agli inquirenti l'analisi del documento di rivendicazione diffuso dagli attentatori. La materia non è politica, ma criminologica. Toccherà agli esperti della polizia tracciare l'identikit psicologico di questi personaggi.

Il confronto delle idee deve continuare senza che le intimidazioni televisive di Berlusconi possano smorzarlo. Ma il dibattito sull'art. 18, per essere democratico, deve avere una minima base comune di lealtà e di onestà intellettuale, ingredienti che sempre più scarseggiano.

Il Governatore della Banca d'Italia Fazio è incorso in un significativo errore, quando in occasione di una conferenza tenuta nei giorni scorsi a Roma, ha detto che le tutele del lavoro subordinato introdotte nel nostro ordinamento "50 anni fa" non sono compatibili con le esigenze della globalizzazione. Il desiderio di mettere in cantina, come arnese obsoleto, lo Statuto dei Lavoratori, ha tradito la memoria del Governatore. Cinquanta anni fa nel nostro ordinamento i dipendenti potevano essere legalmente licenziati senza motivo e il loro sfruttamento non aveva limiti. Varcati i cancelli delle fabbriche, i lavoratori diventavano cittadini di seconda classe, la cui dignità e libertà potevano essere compresse per le esigenze dell'impresa. Dopo una sentenza della Corte Costituzionale che nel 1965 affermò l'incompatibilità del licenziamento arbitrario con i principi fondamentali della Repubblica, fu introdotta nel 1966 una prima forma di tutela che prevedeva il diritto del lavoratore di percepire un'indennità variabile fra due e sei mesi in caso di licenziamento ingiustificato. Ma anche questo strumento si rivelò presto inadeguato, specie nelle grandi aziende, per le quali il costo dell'indennizzo era ben modesto. Un'indagine parlamentare accertò che i lavoratori continuavano ad essere sottoposti ad ogni sorta di abusi. Per questo, 32 anni fa il Parlamento, con voto unanime, ha approvato lo Statuto dei Lavoratori, intitolandolo "Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell'attività sindacale sui luoghi di lavoro e norme sul collocamento". Una grande riforma che ha collocato il diritto del lavoro italiano all'avanguardia della civiltà giuridica contemporanea, assicurando anche all'interno delle fabbriche il rispetto dei principi fondamentali presenti nelle carte costituzionali di tutti i Paesi democratici: la libertà d'opinione, la tutela da intromissioni illecite nella vita privata, il diritto di difesa in sede disciplinare, la valorizzazione della professionalità come componente fondamentale dell'identità personale, il diritto di assemblea e molti altri ancora.

Secondo Fazio i principi, come le belle donne, con l'età perdono il loro fascino. Questa teoria giustificherebbe anche l'accantonamento della Dichiarazione dei diritti dell'uomo, essendo trascorsi più di due secoli dalla presa della Bastiglia.

In linea con Fazio il ministro Tremonti secondo cui agevolare i licenziamenti, depotenziando l'articolo 18 dello Statuto, è il modo migliore per favorire l'occupazione.

Il teorema, di sapore orwelliano, smentito dalla realtà delle zone più produttive del Paese, ove l'art. 18 convive tranquillamente con la piena occupazione, è un espediente diretto a fuorviare l'attenzione dell'opinione pubblica dalla questione di fondo, che non è la statistica dei posti di lavoro, ma la difesa di valori fondamentali, che lo Statuto, trent'anni fa, ha fatto entrare nelle fabbriche.

L'articolo 18 è l'architrave su cui poggia tutto il sistema di garanzie introdotto con lo Statuto, perché offre un'effettiva protezione contro la minaccia di licenziamenti arbitrari e consente, a chi si ritenga colpito da un abuso, di rivolgersi serenamente al giudice per tutelare i suoi diritti, senza timore di rappresaglia. Un grande strumento di progresso civile diretto a sostituire ai rapporti di forza l'applicazione delle regole. Questa norma inoltre indica all'imprenditore evoluto che la strada da seguire per aumentare la produttività dei lavoratori non è quella dell'intimidazione, ma quella della valorizzazione della professionalità, della partecipazione, dell'innovazione.

Il modello introdotto con lo Statuto, oltre ad essere ancorato ad una norma fondamentale della nostra Costituzione, l'art. 41, che pone all'iniziativa privata il limite costituito dalla libertà e dalla dignità umana, è pienamente conforme ai principi recentemente affermati a Nizza nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea. Che l'Italia sia più avanti di altri Paesi nell'applicazione di questi principi non è un handicap, ma un esempio da seguire.

Altra operazione orwelliana è perciò definire conservatori quelli che difendono l'articolo 18 e riformisti quelli che lo vogliono indebolire.

La portata generale degli interessi tutelati dall'articolo 18 è dimostrata anche dalla partecipazione attiva del mondo dell'informazione e della cultura alle iniziative assunte dal sindacato per difendere questa norma. L'art. 18 tutela nelle redazioni dei grandi organi di informazione, nelle case editrici e in tutte le grandi aziende che producono cultura, l'autonomia professionale dei giornalisti e degli altri addetti all'attività di informazione.

La legge professionale ed elementari principi deontologici impongono ai giornalisti di essere al servizio del pubblico e di comportarsi lealmente nei confronti dei lettori.

Così si garantisce ai cittadini il diritto, più volte affermato dalla Corte costituzionale, di essere correttamente e compiutamente informati e di partecipare consapevolmente al funzionamento del sistema democratico.

Quando il mondo dell'informazione viene dominato da strutture monopolistiche, la tutela dei singoli lavoratori del settore contro i licenziamenti arbitrari assume un'importanza ancor maggiore, dal momento che le alternative professionali si riducono o si annullano. L'indebolimento dell'art. 18, in queste condizioni, renderà sempre più difficile la resistenza alle pressioni di interessi estranei alla correttezza dell'informazione.


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