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NELL'ESERCIZIO DEL DIRITTO DI CRITICA IL MAGISTRATO DEVE RISPETTARE ANCHE L'OBBLIGO DI IMPARZIALITĄ - In aggiunta agli altri limiti applicabili per qualunque cittadino (Cassazione Sezioni Unite Civili n. 23235 del 17 novembre 2005, Pres. Ianniruberto, Rel. Sabatini).

 La critica, pur dovendo muovere dall'esame di comportamenti e, in genere, di fatti, che devono essere veri almeno putativamente, presenta anche un profilo soggettivo, che si sostanzia nell'apprezzamento e nella valutazione dei fatti stessi, apprezzamento e valutazione i quali, laddove consistano, come nella specie, in censure ad altri soggetti, si risolvono appunto in una critica a costoro rivolta. Anche per l'esercizio di tale diritto opera lo stesso limite della continenza applicabile al diritto di cronaca, e che comporta, la correttezza formale dell'esposizione (oltre che il divieto di riferire quanto non sia strettamente richiesto dal pubblico interesse). I limiti anzidetti trovano applicazione anche riguardo a manifestazioni del pensiero da parte di magistrati, che non solo non godono né possono godere - ed è appena il caso di accennarne - di privilegi di sorta, ma, semmai, trovano compresse tali manifestazioni in misura maggiore rispetto ad ogni altro cittadino, essendo soltanto essi tenuti altresì all'osservazione dell'obbligo di imparzialità, il quale, come è stato autorevolmente osservato, comporta che il magistrato non solo sia imparziale, ma anche appaia tale.


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