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LA MORTIFICAZIONE E L'EMARGINAZIONE DEL LAVORATORE COSTITUISCONO "MOBBING" - In caso di comportamenti reiterati (Cassazione Sezione Lavoro n. 7382 del 26 marzo 2010, Pres. Roselli, Rel. D'Agostino).

Luciano C., dipendente della s.r.l. G. Fratelli ha chiesto, tra l'altro, al Tribunale di Pinerolo di condannare l'azienda al risarcimento del danno biologico da "mobbing", ovvero da violazione dell'art. 2087 cod. civ. Egli ha sostenuto, tra l'altro, di essere stato preso di mira, sin dal 1995, dal direttore di stabilimento e fatto oggetto di continui insulti e rimproveri, umiliato e ridicolizzato davanti ai colleghi di lavoro, adibito sempre più spesso ai lavori più gravosi (addetto ai forni) rispetto a quelli svolti in passato (addetto alla pulizia degli uffici) nella indifferenza, tolleranza e complicità del legale rappresentante della società. Il Tribunale ha accolto la domanda, condannando l'azienda al risarcimento del danno per violazione dell'art. 2087 cod. civ., che prescrive al datore di lavoro di tutelare l'integrità fisica e la personalità morale dei dipendenti. Questa decisione è stata confermata, in grado di appello, dalla Corte di Torino. L'azienda ha proposto ricorso per cassazione, censurando la decisione della Corte torinese per vizi di motivazione e violazione di legge.

La Suprema Corte (Sezione Lavoro n. 7382 del 26 marzo 2010, Pres. Roselli, Rel. D'Agostino) ha rigettato il ricorso. Per mobbing, riconducibile alla violazione degli obblighi derivanti al datore di lavoro dall'art. 2087 cod. civ. - ha ricordato la Corte - deve intendersi una condotta tenuta dal datore di lavoro, o dal dirigente - nei confronti del lavoratore - protratta nel tempo e consistente in reiterati comportamenti ostili, che assumono la forma di discriminazione o di persecuzione psicologica da cui consegue la mortificazione morale e l'emarginazione del dipendente nell'ambiente di lavoro, con effetti lesivi dell'equilibrio fisiopsichico e della personalità del medesimo. E' stato quindi precisato che ai fini della configurabilità della condotta lesiva del datore di lavoro sono rilevabili: a) la molteplicità di comportamenti di carattere persecutorio posti in essere in modo sistematico e prolungato contro il dipendente con intento vessatorio; b) l'evento lesivo della salute o della personalità del dipendente; c) il nesso eziologico tra la condotta del datore o del dirigente e il pregiudizio all'integrità psico-fisica del lavoratore; d) la prova dell'elemento soggettivo, cioè dell'intento persecutorio. La valutazione degli elementi di fatto emersi nel corso del giudizio, ai fini dell'accertamento della sussistenza del mobbing e della derivazione causale da detto comportamento illecito del datore di lavoro di danni alla salute del lavoratore, costituisce apprezzamento di fatto riservato in via esclusiva al giudice di merito e non censurabile in sede di legittimità se adeguatamente e correttamente motivato. Nella specie - ha osservato la Cassazione - la Corte territoriale ha tenuto correttamente presenti gli elementi costitutivi della figura del mobbing, come delineati dalla giurisprudenza, sicché la censura di violazione dell'art. 2087 cod. civ. si rivela destituita di fondamento.


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